Il mondo del calcio, quell’arte suprema che riesce a mescolare talento, passione e sceneggiate degne di un premio Oscar, ci regala ogni settimana perle di rara bellezza. Questa volta, il protagonista assoluto è il tanto decantato lavoro di Daniele De Rossi, il quale, come un moderno Dante in ginocchio, si erge a simbolo di buona gestione e fedeltà ai valori. Ovviamente, non mancano le vene di sarcasmo ai danni di chi, invece, preferisce interpretare il ruolo di ipocrita, come Cesc Fabregas, che sembra aver dimenticato il suo passato da ammirato enfant prodige per mostrare un amore teatrale per la bandiera, forse solo per ottenere qualche applauso di troppo o, peggio, qualche like inutile sui social.

Il ruolo degli eroi moderni: tra virtù e ipocrisie

Cominciamo con il buon De Rossi, che, a sentir parlare di lui, sembra una rarità in un mondo sempre più ossessionato dal business, dal marketing e dalla totale assuefazione a un calcio che poco ha a che fare con il fervore del tifoso e molto con le luci della ribalta. La sua dedizione, il suo lavoro silenzioso, e l’amor per la maglia, paradossalmente, sembrano renderlo un’anomalia, un ‘rudere’ di valori ormai in via di estinzione. Ma attenzione, perché qui non si tratta di un eroe: è semplicemente un uomo con il senso del dovere, una rarità che, in un’arena dominata dai magnati e dalle finte passioni, fa quasi sorridere.

Il grande faro di fiabe moderne: Fabregas e la sua ipocrisia scenica

Poi c’è Cesc Fabregas, il quale si è improvvisamente scoperto tifoso, simbolo di coerenza e amore eterno per la maglia. Una performance così convincente da fare pensare che forse il teatro sia il suo vero talento, più che il pallone. La sua apparente conversione da star internazionale a paladino delle bandiere sembrava un atto di pura adrenalina, ma in realtà non ha fatto altro che evidenziare la distanza tra l’immagine che si vuole dare e la realtà delle cose. La gente, però, ci casca ancora, vittima di un inganno che funziona da decenni: remare contro l’interesse, ma solo fino al momento opportuno, quando si tratta di cambiare sponde per qualche unsuated euro in più.

Il calcio come tavolo da gioco di massimi sistemi

Il calcio, come ogni grande teatro della vita, si rivela essere più una scena di romanzo che uno sport. Le pedine cambiano posizione, ma il copione rimane invariato: promuovere il proprio ego, cercare il plauso dei poveri ignari tifosi e, infine, alimentare un circolo vizioso di ipocrisie che sembrano uscire direttamente da un manuale di sceneggiatura di bassa lega. In questo scenario, i voti ai protagonisti vengono dati con la stessa spontaneità di chi dà il sangue al mostro sacro delle fake news. La vera domanda, forse, è quanto il pubblico generico sia disposto a credere ancora a queste rappresentazioni patinate e gonfiate di superficialità.

Ma chi guida questa farsa?

Dietro le quinte, la risposta potrebbe sorprenderti: sono gli attori principali di questa commedia tragicomica, spinti da un mix di vanità, denaro e qualche briciola di affetto reale, dispersa tra le pieghe di un sistema che premia chi sa recitare meglio la propria parte. La passione, quella autentica, sembra essere ormai uno sfondo lontano, sostituita da una chimera di facciata, una maschera che si indossa solo quando conviene. La vera vittoria, in questa farsa, sembra essere quella di saper sopravvivere nell’ombra di un palco dove tutto è permesso, fino a che non si scopre il trucco.

In fin dei conti, il calcio che ci viene propinato giorno dopo giorno appare sempre più come uno spettacolo di burla, un piacere amaro che, però, continua a sedurre milioni di spettatori ignari. La lezione, forse, sta proprio nel riconoscere che il vero gioco si svolge fuori dal campo, tra le pieghe di questa maschera di ipocrisia, dove il sentimento autentico rischia di essere soffocato dal bisogno di apparire, di essere apprezzati e di ingannare, ancora una volta, se stessi.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui